Questa settimana vorrei proporvi, sulla base di recenti considerazioni fatte nel corso di diverse interessanti discussioni con alcuni colleghi, qualche spunto di riflessione su un tema tanto importante quanto ignorato dalla maggior parte dell'opinione pubblica: le gravi responsabilità delle banche centrali nell'attuale crisi economica e finanziaria. Partiamo subito col seguente grafico:
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Qui sopra è rappresentato l’andamento settimanale del tasso di sconto statunitense accompagnato da una ideale linea di tendenza.
Con la fine della bolla azionaria del 2000 la Fed, ovvero la banca centrale statunitense, ha per l’ennesima volta avviato una politica di accomodamento all’economia che ha portato il tasso di sconto ai minimi storici. In altre parole, per combattere l’allora minaccia di una possibile recessione deflativa, la Fed ha completamente cosparso l’economia americana di liquidità.
Nel frattempo la Boj, cioè la banca centrale del Giappone, era anch’essa, come già sappiamo, intenta da tempo a fare esattamente la stessa cosa sui propri mercati, nella speranza di riuscire finalmente a trovare una via di uscita da quel lungo tunnel di recessione e deflazione (vedi figura sotto) nel quale l’economia nipponica si è da molti anni infognata.
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Inoltre, tanto per non sfigurare, anche la Banca Centrale Europea ha con solerzia partecipato alla festa immergendo in abbondante liquidità il nostro stesso sistema economico e contribuendo, tra l’altro, ad alimentare l’attuale lunga tendenza rialzista del mercato obbligazionario. Il Bund tedesco ne è un classico esempio:
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A questo punto una veloce considerazione: dato che le tre aree economiche rappresentano, nell’insieme, la stragrande maggioranza del prodotto interno lordo mondiale è facile concludere come questo allineamento delle rispettive politiche monetarie abbia, nel corso di questi anni, letteralmente sommerso di liquidità l’intero sistema economico mondiale.
Prima domanda: a cosa serve tutta questa liquidità?
Risposta: tramite questa liquidità la politica economica interferisce sull’economia politica creando, nel nostro caso, forti stimoli iniziali al consumo e all’investimento che danno il via a un circolo apparentemente virtuoso nel sistema economico. Improvvisamente, infatti, i soldi diventano facilmente disponibili e il medio cittadino approfitta felice di tutto questo ben di dio indebitandosi e consumando mentre le imprese, stimolate anch’esse dal soldo facile, si gettano in progetti sempre più arditi (mega acquisizioni, super fusioni, ecc.) poiché sullo sfondo i profitti e le prospettive di crescita diventano sempre più promettenti.
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Seconda domanda: dove va a finire tutta questa liquidità?
Risposta: per definizione, la liquidità viene nel tempo scontata dal sistema economico che, presto o tardi, si “accorge” come la stessa altro non sia che semplice carta e nulla più. Da quel momento la liquidità si trasforma in inflazione.
Il sistema economico inizialmente fa scintille ed anche gli stipendi cominciano a correre. Tuttavia qualcosa non quadra poiché, nonostante tali aumenti nominali, gli stipendi reali, ossia il potere di acquisto del medio cittadino, sono ormai in continuo calo.
Nel frattempo però la borsa è salita parecchio ed allora perché non utilizzare i titoli che si possiedono come garanzia per ulteriori indebitamenti? Più la borsa sale e più ci si indebita, più ci si indebita e più si consuma.

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Ma se le quotazioni azionarie si fanno stellari e la borsa comincia, inevitabilmente, a scendere per diversi anni che fare? Nessun problema, si parte con un altro stimolo monetario e via verso una nuova bolla, magari stavolta immobiliare. La gente accorre per comprare a prezzi esorbitanti qualsiasi metro quadro disponibile in città, costi quel che costi perché tanto “mal che vada gli immobili restano fermi ma sicuramente non scenderanno mai” (cito un mio conoscente, ma potrebbe essere chiunque…).
L’economia allora riparte verso nuovi ambiziosi traguardi grazie ai consumi sempre sostenuti e, dopo un po’ di tempo, lo stesso mercato azionario riprende una nuova fase toro (come, ad esempio, quella più recente iniziata nel 2002).
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Afferrato il concetto? Ogni volta che si presenta l’ombra di una recessione (peggio ancora se accompagnata da possibile deflazione) la banca centrale, teoricamente preposta al compito di difendere il potere di acquisto dei nostri sudati introiti, si lancia verso nuovi stimoli monetari.
Ma è proprio su questo dettaglio che è necessario fare un osservazione a dir poco fondamentale: ogni nuovo stimolo, per essere davvero efficace, deve non solo lanciare una nuova bolla su qualche mercato al momento “vergine” ma deve anche compensare i danni che lo scoppio della bolla precedente ha creato o creerà in futuro. In parole povere servono ogni volta sempre più soldi, ovvero sempre più carta al fine di porre rimedio ai “casini” precedenti.
La moneta dell’economia più spendacciona diventa allora sempre più debole ma anche le altre valute, se commisurate ad un asset reale quale l’oro (il vero cane da guardia delle “malefatte” macroeconomiche), si fanno sempre più fragili. Perché le valute, lo ripeto, altro non sono che carta ed il loro valore rimane tale solamente fino a che le convenzioni sociali ne accettano il relativo ruolo di mezzo di scambio. Tutto qui.
Tanto per rendere l’idea, in questo ultimi otto anni il nostro euro, valuta considerata “forte” nell’ambito dei mercati finanziari, ha perso quasi il 66% del suo valore in termini di oro. Molto peggio hanno fatto dollaro e yen.

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Qualcuno a questo punto obietterà che negli ultimi anni la politica di qualche banca centrale è tuttavia completamente cambiata: infatti nuovi rialzi sui tassi sono da tempo in corso su diversi mercati. E in effetti lo stesso settore immobiliare si sta brutalmente raffreddando.
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Anche in questo caso, tuttavia, è necessario guardare le cose da un punto di vista alternativo.
Prima considerazione: il fatto che negli ultimi anni i tassi di interesse siano aumentati di per sé non significa assolutamente nulla poiché è possibile che gli attuali livelli siano comunque molto bassi rispetto alla realtà economica circostante. Se per esempio l’ufficio governativo di statistica si impegna, come in effetti sono convint0 accada, a costantemente sottostimare (taroccare insomma) le statistiche relative all’inflazione è ovvio che qualsiasi politica monetaria, tarata su tali statistiche, risulta strutturalmente lassista nei confronti di inevitabili pressioni inflazionistiche. Questo perché ciò che davvero conta nella dinamica delle variabili economiche non è il tasso di interesse nominale ma quello reale (a tal proposito vi invito a visionare, sulla questione inflazione, i miei due recenti video disponibili alla pagina http://www.teletrading.tv/intermarket.html).
Fonte: http://www.aleksanderautina.blogspot.com/Seconda considerazione: esistono molti modi per eludere le “strette” dei tassi di interesse illudendo, almeno per un poco, il contesto economico circostante. Ad esempio si può permettere un maggiore indebitamento per l’acquisto in leva di asset finanziari, abbassando magari i margini richiesti per tali operazioni. Si può permettere al sistema bancario di trattenere minori riserve a garanzia dei propri impegni. Si può sostenere un politica di spesa pubblica ultraespansiva e così via.
Addirittura si può, e non è fantascienza ma pura realtà, decidere di nascondere le statistiche sulla massa monetaria in circolazione per tenere il più possibile all’oscuro il pubblico delle proprie reali intenzioni.
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E se le minacce sull’immobiliare si fanno concrete allora via a cercare nuovi mercati sui quali scaricare tanta liquidità al fine di poterli utilizzare come garanzia per ulteriori debiti. Mercati come quello dei beni agricoli per esempio:
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Tuttavia, man mano che il gioco prosegue le regole si fanno sempre più ostiche.
Attualmente l’ombra dell’orso sembrerebbe essersi prepotentemente riaffacciata sui nostri mercati azionari e le banche centrali continuano, irresponsabilmente, a perseverare in questo atteggiamento sempre più lassista che, in un sottofondo di paura mista a delirio, ha portato le stesse ad incastrarsi dentro un meccanismo perverso all’interno del quale non è possibile districarsi. La minaccia di una recessione si accompagna a pressioni inflative sempre più evidenti, causate da una politica monetaria suicida che ha reso del tutto spuntate le poche “armi” economiche disponibili.
Dove ci porta questa strada? Spiace dirlo ma il proseguire di questa situazione sempre più esasperata non può che finire male. Molto male. L’immissione di continua liquidità, infatti, si fa via via strumento sempre più inefficace e pericoloso che contribuisce ad aumentare, con lo scorrere del tempo, la probabilità di ottenere un risultato esattamente contrario a quello sperato. Stiamo parlando della cosiddetta stagflazione: un’inflazione galoppante accompagnata da una contemporanea recessione economica, un potere d’acquisto in continua diminuzione affiancato da disuguaglianze sempre più evidenti. E’ chiaro come tutto questo conduca dritto verso alte tensioni sociali, all’interno di una società che rischia di barcollare in attesa di un colpo di grazia ancora più temibile della stessa stagflazione: il successivo orso deflativo. Un animale davvero temibile di cui avremo modo di parlare in futuro.
Non è comunque un’ipotesi assurda immaginare che tali tensioni possano mettere in seria difficoltà anche uno dei più alti valori che la storia recente ci ha lasciato, quello della “democrazia”. Tutto ciò magari a favore di latenti oligarchie pronte a strumentalizzare in modo occulto il malcontento e a far sfogare tali tensioni in convenienti conflitti sociali, economici e bellici. Aspetti che sempre si affiancano l’uno con l’altro.
Uno scenario davvero poco confortante che del resto pare già iniziato.
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