Tutto ciò fa sì che tale materia prima sia di enorme interesse per il genere umano e di particolare interesse sono tutti quegli studi che, in modo molto eterogeneo, ci illustrano quale sarà la disponibilità futura di questa preziosa risorsa. Stiamo parlando del cosiddetto problema del “picco dell’olio”.Ora, prima di procedere oltre teniamo a mente due cose:
- primo, il petrolio è una risorsa energetica non così facilmente sostituibile come si pensa. Si parla molto infatti di risorse energetiche alternative ma attualmente la maggior parte di queste comporta costi molto più elevati (intendo in termini strettamente economici, altro discorso se considerassimo la cosa in termini sociali) e/o incapacità di soddisfare pienamente una domanda in continua crescita;
- secondo, non esistono stime precise su quale sia davvero la reale disponibilità di risorse per questa materia prima. Infatti esistono una marea di studi sia catastrofici sia ultraottimisti a riguardo che tengono conto delle ipotesi più disparate (quali ad esempio, l’incapacità o la malafede delle compagnie petrolifere e/o degli enti statali a fornire stime realistiche) e tutto questo è appunto dovuto al caos informativo attualmente presente (forse anche in modo voluto).
Detto questo, l’unica cosa che possiamo fare è prendere le stime che ragionevolmente possiamo ritenere attendibili (o meno distorte…) ed utilizzarle per capire quale possa essere una ragionevole previsione della fine di questa risorsa.
Per fare ciò utilizzeremo un semplice modello (ma non per questo impreciso) proposto dall’Amministrazione per l’Informazione sull’Energia statunitense (EIA) che si basa sulla più importante ricerca su questo tema che sia mai stata fatta al mondo, ovvero quella dello United States Geological Survey (USGS).
Questo organismo ha pubblicato nell’aprile del 2000, con l’ausilio di numerosissimi scienziati e geologi, uno studio durato oltre cinque anni sulle risorse mondiali ancora disponibili per ciò che concerne il petrolio. Ancora oggi questo studio sta mantenendo la propria capacità predittiva, il che di per sé rappresenta un fattore importante poiché ne aumenta la validità.
Utilizzando queste stime e formulando una serie di ipotesi realistiche sull’andamento futuro della domanda siamo in grado di formulare una ragionevole stima dell’andamento della produzione futura di questa materia prima e quindi della disponibilità della stessa.
- a differenza di molti altri studi viene esplicitata in maniera quantitativa l’incidenza della domanda mondiale sulla produzione complessiva. Questa variabile quindi, come è giusto che sia, non viene più resa implicita ma diventa parte fondamentale del modello;
- sempre in contrasto con altri modelli la funzione di produzione non assume una forma unica ma cambia successivamente. Infatti non vi è motivo di pensare che il tasso di crescita post-picco debba necessariamente essere uguale a quello di crescita pre-picco. La fase pre-picco sarà caratterizzata allora per un tasso di crescita costante da stabilire, mentre la fase post-picco sarà caratterizzata da una forma funzionale che tiene conto di un rapporto costante riserve/produzione pari a 10 (ovvero un numero che ha caratterizzato diverse produzioni ormai ampiamente mature quali quelle statunitensi);
- un altro fattore da tenere in considerazione in questa stima consiste nel fatto che le due agenzie di cui sopra tengono conto, sempre rispetto ad altri modelli, di una maggior possibilità di recupero delle risorse pur ipotizzando (poiché difficile fare diversamente) che la tecnologia di estrazione del petrolio probabilmente non sarà molto diversa nei prossimi decenni rispetto a quella attuale.
In conclusione, la stima della curva della produzione dipenderà sostanzialmente da tre fattori: il tasso di crescita della domanda mondiale, per la stima della funzione nella fase pre-picco e per la determinazione temporale del picco stesso; il rapporto tra riserve e produzione mondiale, per la stima della funzione nella fase post-picco; il tasso tecnologico delle capacità estrattive dell’industria di questo settore, per la determinazione temporale del picco stesso.
Ora per quanto riguarda le ultime due variabili abbiamo già stabilito le loro caratteristiche:
- il rapporto riserve/produzione sarà pari a 10, ovvero un valore ragionevole che ha storicamente caratterizzato un’industria matura del settore quale quella statunitense;
- il tasso tecnologico del settore sarà invece considerato nullo. Un’ipotesi necessariamente forzata per via dell’ impossibilità di prevedere quale possa essere l’effettivo sviluppo delle tecnologie estrattive. Questa ipotesi quindi appare quella più conservativa ed influenza la determinazione temporale del picco produttivo anticipandolo rispetto alla realtà nel caso si riveli sbagliata.
A questo punto la variabile determinante diventa quella del tasso di crescita della domanda mondiale. Come noto la recente cavalcata dei prezzi del petrolio (nonché di altri importanti materie prime industriali) è stata influenza nettamente dal preponderante emergere delle due importantissime economie asiatiche: quella cinese e quella indiana.
Questi due paesi stanno conoscendo tassi di sviluppo a doppia cifra e proprio tale situazione ha determinato un parallelo sviluppo della loro domanda di petrolio, e di risorse energetiche in generale, non sostenibile dalla produzione interna sia nel caso della Cina sia nel caso dell’India.
Il fatto che tali paesi siano entrati nel panorama economico internazionale con la loro sete di materie prime, e di risorse energetiche in particolare, ha fatto sì che la produzione mondiale di petrolio sia cresciuta ad un ritmo sostenuto, con una tendenza negli ultimi anni di circa il 2%.
La domanda è allora la seguente: è ragionevole supporre come tasso di crescita della produzione proprio questa tendenza? Detto altrimenti, un tasso di crescita della produzione futura pari al 2% è una stima appropriata per il modello di disponibilità della risorsa petrolio? La risposta è sì.
Questo semplicemente perché il ruolo che Cina e India hanno giocato in questi anni, anche se basato su ritmi di crescita forsennati che non necessariamente saranno tali in futuro, è ancora strettamente marginale se teniamo conto della popolazione che li caratterizza e che ancora deve partecipare a questo boom in corso.
Il tenore di vita di queste persone è ancora estremamente basso e la tendenza, in fase di crescita, è quella di un’inevitabile avvicinamento ai costumi occidentali (nei consumi intendo), specialmente per ciò che concerne la classe media in continua ascesa:

Tenendo conto di quanto sopra, ecco che utilizzare la recente tendenza dei consumi di energia come stima per la futura crescita della domanda appare una scelta sensata (e forse addirittura moderata).
A questo punto abbiamo trovato anche l’ultima variabile di nostro interesse per quanto riguarda il modello di disponibilità futura del petrolio. Siamo quindi in grado di fare una stima di quale sia il possibile picco della produzione temporale di petrolio a partire dal quale sarà inevitabilmente necessario utilizzare (e trovare prima di tutto…) qualche altra risorsa energetica che possa pienamente sostituire questa fonte di energia.
Sotto le seguenti tre ipotesi che riepiloghiamo:
1- tasso di crescita della domanda futura di petrolio pari al 2% nella fase pre-picco;
2- rapporto riserve/produzione pari a 10 nella fase post-picco;
3- tasso tecnologico nullo per l’intero arco temporale;
il modello sarà il seguente:

Sotto le ipotesi illustrate la stima del picco produttivo potrà essere collocata intorno al 2037 con una produzione annuale di 53 miliardi di barili. In seguito il calo produttivo assumerà un ritmo di decrescita praticamente esponenziale con la pressoché totale scomparsa del petrolio per la fine del secolo.
Ma entriamo ora nel dettaglio di questo modello.
La proiezione che abbiamo fornito si basa su un tasso di crescita costante della domanda mondiale del 2%. Tuttavia, come sempre nell’economia e nella finanza, anche se ogni ipotesi da noi prospettata si rivelasse corretta avremmo comunque degli ampi margini di incertezza. Come mai?
Osserviamo nuovamente con attenzione la figura rappresentante il modello produttivo:
Oltre al fatto già rilevato in precedenza, ovvero che la risorsa petrolio terminerebbe la propria disponibilità tra una trentina di anni circa, si nota che tale previsione sia condizionata da un margine di errore previsivo non indifferente dovuto a questioni statistiche.
Infatti la stima fornita dal United States Geological Survey si caratterizza per un margine di tolleranza statistica dovuta al fatto che rilevare con certezza la vera disponibilità del petrolio risulta fisicamente impossibile. Quindi anche se collochiamo la nostra stima del picco produttivo intorno al 2037, questa stima dovrà necessariamente essere compresa all’interno di un margine di tolleranza di una ventina di anni, tra il 2026 e il 2047.
Ora che abbiamo compreso appieno il modello perché non “giocarci” un po’ per vedere come possano influire i diversi tassi di crescita mondiali nella produzione attesa?
Qui di seguito abbiamo una tabella che illustra come i diversi casi di crescita della domanda mondiale incidano sulla stima del picco produttivo atteso:
Dalla tabella si nota come, a seconda del tipo di crescita prevista della domanda l’attesa del picco produttivo varia all’interno di un arco temporale di quarant’anni, tra il 2030 e il 2075.
Poiché una figura vale più di mille parole ecco tradotto visivamente il concetto:

La cosa interessante è notare che se ad esempio aggiungessimo, al nostro scenario di crescita della domanda al 2%, un’improvvisa e consistente disponibilità addizionale di risorse (nel nostro caso 900 miliardi di barili in più) dovuta magari ad un miglioramento tecnologico nel settore estrattivo oppure ad una più abbondante disponibilità di risorse alternative (che ridurrebbero la pressione sulla domanda di mercato del petrolio), la previsione del picco atteso cambierebbe di poco, appena di una decina di anni.
Di conseguenza, miglioramenti solo parziali della tecnologia delle risorse alternative disponibili non influenzerebbero comunque di molto uno scenario che comincia ormai a rivelarsi in esaurimento.
Qual è la conclusione che possiamo trarre sin qui? Semplicemente che fino a quando la tecnologia disponibile per le risorse non comporterà miglioramenti rilevanti in termini di costo il petrolio continuerà a dettare legge sul mercato.
Ora, se teniamo conto che da un lato la domanda continua a metter pressione su questa risorsa la cui offerta è scarsamente modificabile (quello che gli economisti chiamano “offerta inelastica”) e che gli attuali livelli di prezzo in cui ci troviamo cominciano solo di poco a stimolare in maniera influente lo sviluppo di energie alternative di cui pure si parla tanto (ma con le quali si interagisce poco) è naturale pensare che solo livelli di prezzo più elevati “costringeranno” le varie economie ad occuparsi seriamente della questione. La tecnologia infatti, nonché il substrato politico che l’accompagna, ha bisogno dei suoi tempi.
Inoltre a complicare il quadro vi sono anche considerazioni di carattere ambientale, ovvero questioni di grandissima rilevanza per il nostro futuro.
Solo per darvi un esempio le ultime previsioni sulla stabilità del clima di un’importante zona di produzione quale quella dell’area del centro america ci dicono che le cose si prospettano per lo meno “non facili”.
La tabella sopra, fornita dall’Università dello Stato del Colorado ci fornisce un confronto tra condizioni climatiche attuali e similarità con altri anni che, alle pressoché medesime condizioni ambientali di base, sono stati caratterizzati da un’intensa attività di fenomeni climatici instabili.
Questo significa che se l’instabilità climatica, a cui a quanto pare lo stesso petrolio contribuisce, dovesse continuare in una tendenza che appare in crescita, anche l’elemento rischio diventerebbe un elemento molto importante sulla conformazione del prezzo del petrolio, amplificandone la volatilità.
L’analisi fondamentale di questo mercato chiave, in essenza, ci fornisce una prospettiva di forte pressione sul prezzo del petrolio condita ad una buona dose di volatilità. Con tutto questo siamo e saremo sempre più costretti a fare i conti, in un contesto politico e sociale che da quanto sopra subirà un inevitabile “surriscaldamento”.
