Esistono molteplici definizioni di analisi tecnica, disciplina che nel corso del tempo ha visto aumentare in notevole misura i suoi seguaci fino a divenire un vero e proprio modello di interpretazione dell’evoluzione dei mercati finanziari, oggi universalmente utilizzato.
Come prima approssimazione è possibile definire l’analisi tecnica come lo studio sistematico dei movimenti di mercato tramite l’uso di raffigurazioni grafiche e indicatori.
L’obiettivo di tale disciplina è duplice: l’analisi tecnica si prefigge obiettivi sia analitici, rivolti cioè alla comprensione dei fenomeni, sia previsivi, orientati alla previsione delle future tendenze sulla base dell’osservazione di quelle passate.
L’analisi tecnica si basa su tre premesse fondamentali sulle quali poggia l’intera struttura di teorie che si sono sviluppate nel corso degli anni:
1 – il mercato sconta tutto;
2 – i prezzi si muovono in trend;
3 – la storia si ripete.
1.1 Il mercato sconta tutto.
Questa è la premessa basilare per comprendere la filosofia alla base di questa disciplina. Secondo l’analista tecnico, infatti, in qualsiasi momento il prezzo di un’attività finanziaria (un’azione, un’opzione, un contratto future) riflette l’insieme di tutte le informazioni disponibili. Nel caso di un titolo azionario, ad esempio, il prezzo di mercato, oltre a essere il punto di incontro tra domanda e offerta, riassume in modo perfetto anche le aspettative reddituali della società alla quale lo stesso titolo è legato nonché gli effetti della politica economica del paese in cui la medesima società opera.
In realtà, pur esistendo molteplici fattori in funzione dei quali un titolo varia nel suo valore, l’analista tecnico non è interessato a conoscerli: egli si concentra solo sul movimento in sé e alla forza con la quale lo stesso si manifesta al fine di individuare, nella misura più precisa possibile, la direzione del mercato. In breve, l’analisi tecnica concentra l’attenzione sugli effetti piuttosto che sulle cause.
1.2 I prezzi si muovono in trend.
Altra premessa basilare per l’approccio tecnico è il concetto di trend (cioè tendenza). Essendo proprio il mercato all’origine della formazione di un trend, l’obiettivo principale dell’analisi di un grafico consiste nell’individuazione della fase iniziale dei nuovi trend o delle inversioni di tendenza di quelli già in atto con lo scopo di investire nella direzione che produrrà i maggiori profitti: acquisti nei trend al rialzo e vendite nei trend al ribasso. Poiché statisticamente, secondo diversi studi che nel tempo illustrerò, è molto più probabile che una tendenza prosegua nella direzione già intrapresa piuttosto che il contrario, si assume che esso sia destinato a continuare fino a quando non evidenzierà chiari segni di inversione.
1.3 La storia si ripete.
Dato che il prezzo riflette un insieme di fattori, inclusi anche quelli di carattere psicologico, è prevedibile che in determinati momenti del mercato la storia si ripeta generando così, dal punto di vista grafico, delle configurazioni tipiche, dette pattern, che appaiono riconoscibili agli occhi degli analisti esperti e che offrono interessanti indicazioni sull’imminente evoluzione delle quotazioni.
2 La teoria di Dow.
Le origini storiche dell’analisi tecnica si fanno normalmente risalire agli studi dell’americano Charles H. Dow (1851-1902), fondatore e pubblicista del quotidiano The Wall Street Journal, nonché ideatore, con Edward Jones, dell'omonimo famoso indice generale del mercato azionario nordamericano. Tramite la pubblicazione di una serie di articoli di fondo sul giornale da lui fondato, in un arco temporale che va dal 1900 al 1921, egli fu ufficialmente il primo studioso ad analizzare il comportamento dell’investitore come base per una previsione. Sulla base di questa idea egli creò il più noto indice azionario, il DJI (Dow Jones Industrials) e quindi il DJR (Dow Jones Rails). Questi due indici avevano il compito di tenere conto dei due settori economici più importanti di quegli anni: produzione e distribuzione. Dow, però, utilizzò questi indici come indicatori economici solamente al fine di individuare i futuri cicli economici; egli non menzionò mai il loro utilizzo come strumento di previsione dei mercati azionari.
In seguito William Peter Hamilton, successore di Dow alla guida del The Wall Street Journal, ne organizzò e sviluppò i pensieri in un unico testo, The Stock Market Barometer, che fu pubblicato nel 1922. Nel suo libro, egli illustrò la possibilità di applicare questi principi come strumento previsionale per la speculazione finanziaria.
Successivamente si dovette a Robert Rhea la creazione vera e propria della “teoria di Dow”, così come oggi noi la conosciamo, con la pubblicazione nel 1932 di Dow Theory, testo che illustrava in modo esaustivo e particolareggiato un sistema teorico di previsione dei cicli di borsa.
In questa sede non sarà necessario fornire una definizione estesa della teoria, in quanto esistono ottimi libri dedicati all'argomento; tuttavia, una completa spiegazione risulta necessaria in quanto i suoi principi di base costituiscono le fondamenta dell'analisi tecnica tradizionale e forniscono senza dubbio spunti teorici di notevole interesse.
Prima di procedere con l'elencazione sistematica dei principi fondamentali della teoria di Dow, desidero ancora ricordarne l'unico presupposto: l'indice dei prezzi delle azioni riflette tutte le singole decisioni aggregate e le emozioni, correnti o potenziali, di tutti gli operatori del mercato azionario. Questo processo sconta tutto ciò che, noto o prevedibile, possa influire sull'offerta o sulla domanda dei diversi titoli azionari.
2.1 I principi fondamentali.
Movimenti di mercato:
Secondo la teoria di Dow nel mercato azionario agiscono contemporaneamente tre tipi di movimento:
a) Movimento primario (major trend): è la tendenza principale, per la quale un mercato viene definito toro (bullish o rialzista) oppure orso (bearish o ribassista). Dura in genere da diversi mesi ad alcuni anni. Quando la tendenza primaria è al rialzo i prezzi salgono per un lungo periodo di tempo, intervallati da reazioni secondarie;
b) Movimenti secondari (intermediate trend): si tratta di movimenti opposti alla tendenza principale di un mercato che, nel lungo periodo, si trova o in fase rialzista o in fase ribassista. I movimenti in questione durano normalmente da diverse settimane ad alcuni mesi e possono ritracciare da un terzo a due terzi del progresso o regresso acquisito con il movimento primario. Il ritracciamento più frequente è del 50%;
Figura 1: Movimenti di lungo (blu), medio (rosso) e breve (verde) periodo del titolo Enel (base giornaliera).
c) Movimenti terziari o minori (minor trend): sono rialzi o ribassi di mercato che durano soltanto per un periodo limitato di tempo, da diversi giorni ad alcune settimane. Essi non sono in grado di influenzare i movimenti primari o secondari e risulta, normalmente, molto complicato prevederli in quanto si ripetono in modo pressoché casuale; presentano, inoltre, una maggiore possibilità di essere manipolati in una qualche misura.
Fasi di mercato:
La teoria di Dow distingue ogni ciclo completo di mercato in sei fasi caratteristiche:
a) accumulazione: quando la maggioranza degli investitori è ancora convinta di essere in un mercato al ribasso, le cosiddette “mani forti” (gli investitori professionali e gli insider) iniziano ad acquistare a prezzi decisamente convenienti, nella consapevolezza che la fase ribassista risulta ormai in esaurimento. Gli acquisti, essendo molto consistenti in termini di controvalore, vengono fatti gradualmente, in modo da non muovere il listino al fine di non destare attenzione. Si forma così una serie di movimenti laterali, detti anche base o bottom;
b) convinzione: in questa seconda fase si diffonde in nell’ambiente finanziario la convinzione che un nuovo mercato toro (rialzista) ha avuto inizio; le quotazioni salgono e comincia a serpeggiare l’ottimismo;
c) speculazione: è l’ultima fase del rialzo. L’ottimismo è ormai alle stelle e si assiste ad una rapidissima crescita delle quotazioni. Entrano sul mercato anche le cosiddette “mani deboli”, tipicamente i piccoli risparmiatori, i quali immancabilmente decidono di comprare quando i prezzi sono vicini ai loro massimi, incoraggiati anche dall’enfasi che i mezzi di comunicazione mettono nel descrivere il boom borsistico in corso;
d) distribuzione: gli operatori dominanti nel mercato comprendono che il mercato toro è giunto ormai alla fine e cominciano ad alleggerire le proprie posizioni lunghe. Questa fase avviene non istantaneamente, ma nell’arco di un certo periodo, in modo da dare la possibilità alle mani forti di uscire dal mercato. La fase espansiva risulta, di conseguenza, indebolita e si crea un movimento laterale simile a quello formatosi precedentemente ai minimi di mercato, detto tetto o top;
e) panico: si manifesta all’improvviso un brusco declino dei prezzi. Dal momento che tutti si accorgono che il mercato non ha più nulla da dare gli operatori vendono al meglio (cioè al prezzo al quale il mercato risulta disposto in quel momento a comprare) per salvarsi dal ribasso generale;
f) frustrazione: questa è l’ultima fase del mercato orso, in cui gli ultimi rimasti con i titoli in mano li vendono ai prezzi minimi assoluti. Normalmente si tratta proprio di quei piccoli risparmiatori che avevano acquistato sui massimi, durante la fase di speculazione. L’indebolimento di quest’ultima fase di flessione coincide con un nuovo processo di accumulazione.
Figura 2: Le sei fasi di mercato sull’indice di borsa italiano Mibtel (base settimanale).
Le sei fasi di mercato suddette individuano, nella loro essenza, due movimenti primari, il primo al rialzo e il secondo al ribasso, i quali costituiscono un ciclo di mercato completo. Dato che i movimenti non avvengono mai in linea retta, spesso avviene che le fasi di espansione, così come le fasi di flessione, siano, durante il loro svolgimento, intervallate da temporanei movimenti in controtendenza (movimenti secondari), che sono chiamati di “riaccumulazione” o di “redistribuzione”, in quanto fanno riferimento alle prese di beneficio di alcuni di coloro che avevano operato subito nella prima fase del movimento di mercato (si veda la figura 2).
Questa impostazione generale del ciclo di un mercato azionario è stata via via arricchita dagli analisti tecnici discepoli di Dow con la formalizzazione di veri e propri modelli di evoluzione grafica (patterns) riferibili ai diversi momenti cruciali che caratterizzano l'evoluzione di un mercato. In sostanza sono state codificate configurazioni caratteristiche per ogni stato del mercato; a questi modelli grafici sarà dedicato in seguito un apposito paragrafo, al quale rimando per approfondimenti.
Figura 3: Riaccumulazione e redistribuzione in forma schematica.
Movimenti laterali (linee):
Una linea è, citando i classici, "un movimento di prezzo di due o tre settimane o più, durante il quale la variazione di prezzo degli indici non fa registrare scostamenti superiori al 5% della propria media. Tale movimento indica sia accumulazione, sia distribuzione". Si tratta quindi di situazioni di congestione durante le quali i prezzi tendono a muoversi (oscillare) in un delimitato spazio orizzontale (sideways trend).
Un movimento al di sopra dei limiti della linea può indicare accumulazione e predice prezzi più alti, mentre una caduta al di sotto del limite può avvertire di una fase distributiva e quindi future quotazioni più basse.
Inversioni di tendenza:
Una tendenza al rialzo (bull market) è caratterizzata da massimi e minimi relativi dei prezzi con valori superiori rispetto ai precedenti estremi relativi; viceversa, una tendenza al ribasso (bear market) è caratterizzata da livelli di minimi e massimi dell'indice in progressivo declino.
Il primo segnale di una possibile inversione di tendenza sarà fornito dal fallimento del mercato nel generare un nuovo massimo (minimo) più alto (basso) di quello precedente.
Nella figura 4 viene evidenziata un'ipotetica fase di rialzo contraddistinta da tre massimi e tre minimi crescenti; dopo il terzo declino l'indice risale senza però riuscire a superare il suo terzo massimo. Anche se questo fattore indica una minore forza del mercato nel proseguire il suo trend, ciò non risulta comunque sufficiente per determinare un'inversione di tendenza. Soltanto se il declino che segue porta l'indice al di sotto del minimo precedentemente raggiunto (punto a nella figura), viene allora confermata la tendenza orso del mercato.
Figura 4: Inversione di tendenza in forma schematica.
La lettura di un segnale di inversione di tendenza risulta molto più affidabile se, oltre alle dinamiche di cui sopra, si verifica un comportamento del volume delle contrattazioni coerente con la nuova fase di mercato (vedi oltre); inoltre è importante che, prima dell'inizio di una nuova tendenza, siano state completate le fasi del trend di mercato precedente (nella figura 5 si nota un'inversione di tendenza che soddisfa queste esigenze).
La probabilità di inversione di una tendenza primaria è dunque maggiore se il mercato è già stato preceduto da una fase di accumulazione o distribuzione, possibilmente caratterizzate da volumi di contrattazione in consistente aumento.
L’importanza di saper distinguere tra un valido movimento secondario ed il primo stadio di una nuova tendenza primaria è ora evidente; questa, pur essendo la parte della teoria più difficile da interpretare, è senza dubbio la chiave di volta per una corretta interpretazione dei mercati.
Figura 5: Inversione di tendenza del titolo Generali preceduta da una fase di speculazione rialzista (base giornaliera).
Relazione tra prezzi e volumi:
La situazione considerata normale è quella in cui il volume degli scambi si espande durante un bull market e si contrae durante un bear market (volume concordante). Quando questo non avviene (volume discordante), viene generato un possibile segnale di inversione di tendenza. Questo principio va però essere utilizzato solamente come indicazione aggiuntiva di conferma, all’interno di un’analisi completa e dettagliata del ciclo di mercato.
Conferma degli indici:
Uno dei principi della teoria di Dow, ritenuto tra i più importanti, fa riferimento all’idea che l’andamento degli indici industriali e dei trasporti si debba confermare in modo reciproco.
In base a tali considerazioni, quando l’indice Dow Jones Industrial Average inizia una presunta fase espansiva primaria, essa verrà ritenuta valida soltanto se si realizza in corrispondenza di una concomitante fase espansiva del Dow Jones Transportation. Un movimento di un indice non confermato potrebbe condurre a conclusioni false e fuorvianti.
La logica del principio è ispirata dalla constatazione che, se il mercato azionario costituisce un barometro delle condizioni dell’economia, allora, durante un mercato toro, i prezzi crescenti devono interessare sia le società che producono merci, sia le società che le trasportano. Nella borsa americana la storia ha dimostrato la validità di questo principio.
Al di là di queste considerazioni, valide per il mercato azionario americano, questo principio va interpretato nel senso di analizzare sempre l'andamento dell'indice di borsa correlandolo a quello di altri indicatori, di settore o relativi ad altre borse. Questo al fine di verificare interdipendenze tra movimenti, oppure discrepanze e concordanze significative.
2.2 Difetti della teoria di Dow.
L’accusa più frequente mossa alla teoria di Dow è che essa non fornisce segnali di acquisto e di vendita tempestivi. Tali segnali, infatti, vengono forniti solamente quando la tendenza risulta in atto da diverso tempo (si stima un 20-25% di ritardo rispetto ai punti di massimo o di minimo).
Questa critica, anche se corretta, non coglie tuttavia la vera essenza della teoria di Dow, la quale si caratterizza per la volontà di mantenere un atteggiamento prudente nei confronti del mercato. Voglio precisare, infatti, che si tratta di un sistema operativo volto a “cavalcare” le tendenza di lungo periodo (in genere alcuni anni). Di conseguenza, tale teoria lavora con movimenti molto ampi. Non è necessario, dunque, comprare ai minimi e vendere ai massimi (cosa piuttosto complicata) per ottenere risultati soddisfacenti; può risultare, invece, conveniente rinunciare a parte del guadagno al fine di evitare l’imbattersi in frequenti e pericolose perdite causate da falsi segnali (sempre presenti).
In effetti è possibile dimostrare che, seguendo i dettami della teoria, si perviene a risultati migliori rispetto al semplice buy and hold (compra e mantieni la posizione). Ad esempio, se un investitore avesse comprato azioni, nelle stesse proporzioni presenti nell'indice Dow Jones Industrial Average, ad ogni segnale di acquisto evidenziato dalla teoria, e, in seguito, avesse liquidato la sua posizione ad ogni segnale di vendita, reinvestendo interamente il proprio denaro al successivo segnale di acquisto, un investimento originario di 44 dollari nel 1897, sarebbe ammontato a 51268 dollari nel gennaio 1990. Una strategia di acquisto e immobilizzo per lo stesso periodo, invece, avrebbe fatto crescere l'investimento iniziale di 44 dollari a soli 2500 dollari. Allo stesso modo, secondo un altro analista statunitense, coloro che avessero operato sulla base dei principi della Dow Theory per investire sul mercato statunitense dal 1897 ad oggi, avrebbero ottenuto quaranta segnali corretti e solo cinque falsi segnali (che peraltro hanno comportato perdite inferiori al 7% ciascuna).
In realtà, tra i veri limiti della teoria di Dow, vanno certamente considerati altri fattori. Ad esempio, alla mancanza di opportune indicazioni per lo sfruttamento speculativo dei movimenti intermedi di mercato non è sicuramente possibile obiettare.
Si tratta, inoltre, di un sistema di analisi interpretativo e conseguentemente soggettivo, che richiede una considerevole pratica di mercato (soprattutto per ciò che concerne la confusione tra reazioni secondarie ed inizio di una nuova tendenza primaria).
2.3 Conclusioni.
Charles Dow ha avuto senza dubbio il grande merito di elaborare i principi su cui poi si è basata tutta l’evoluzione dell’analisi tecnica.
La percezione dell’operare sul mercato di mani forti che gestiscono il mercato speculando sulle aspettative dei piccoli risparmiatori è certamente un’intuizione di notevole aderenza alla realtà. Allo stesso modo, l’interpretazione dei movimenti del mercato rimane un contributo notevole, anche in considerazione del fatto che molte delle teorie successive si sono fondate su questi principi.




